Cambiamento climatico
Fallire a Copenhagen significherebbe portare il caos nella nostra vita
Il prossimo dicembre si terrà a Copenhagen il Summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Siccome il Protocollo di Kyoto non sarà più effittivo dalla fine del 2012, questa conferenza sarà fondamentale per trovare un nuovo accordo sulle tematiche riguardanti il clima.
James Lovelock, scienziato e ambintalista inglese, teme che la conferenza sarà “infestata” da ideologi e politici nonché da lobby interessate al profitto a breve termine. Nonostante essi sostengano il contrario, dobbiamo renderci conto che è in gioco la sopravvivenza umana. Tom Burke, fondatore dell’Ong E3G per lo sviluppo sostenibile ha affermato che il cambiamento climatico è inevitabile e che “fallire a Copenhagen significherebbe fare del caos un ospite fisso nelle nostre vite”.
L’effetto serra è il primo vero problema mondiale mai affrontato e la sua risoluzione richiede la partecipazione di tutte le nazioni. Secondo Graciela Chichilnsky, che ha lavorato al protocollo di Kyoto in riferimento al mercato del carbone, la conferenza di Copenhagen è la nostra ultima chance di affrontare il problema, una sorta di missione “ora o mai più” per arrestare il riscaldamento globale. Il problema principale è rappresentato dal confronto tra le due nazioni più inquinanti, vale a dire gli Stati Uniti e la Cina. La Chichilnsky è convinta che queste due nazioni da sole potrebbero causare una catastrofe di dimensioni globali. Gli Stati Uniti non intendono ridurre le proprie emissioni se prima non lo farà la Cina. A tal proposito è bene sottolineare che le nazioni in via di sviluppo non dovrebbero ridurre le proprie emissioni senza riceverne, in cambio, un compenso . Infatti, le nazioni più “ricche” sono tenute a cooperare e aiutare le nazioni in via di sviluppo nella realizzazione di un piano industriale ecocompatibile. La Chichilnsky propone un’innovazione del mercato del carbone associata ad una modesta estensione della normativa preesistente, per poter inglobare e rinnovare la vecchia e dannosa industria del carbone, fornendo così nuovi fondi da destinare all’Africa, all’America Latina e ad altri piccoli Stati. Tutto ciò accrescerebbe le possibilità di un accordo positivo. Sfortunatamente l’Unione Europea non è ancora riuscita a raggiungere una posizione comune a riguardo. Secondo la Chichilnsky, gli Stati Uniti hanno un’opportunità politica storica, cioè farsi promotori di questo cambiamento cruciale, un ruolo al quale aspira la stessa Unione Europea.
Abbiamo bisogno di raggiungere la quota-zero di emissioni altrimenti ci ritroveremo di fronte ad una nuova guerra fredda, questa volta per il surriscaldamento. Il divario tra le nazioni ricche e povere del pianeta ha portato l’Africa a boicottare la discussione sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni Unite e tenutasi a Barcellona la scorsa settimana. Lo scopo dei Paesi africani è quello di fare pressione sui Paesi ricchi costringendoli a ridurre maggiormante le loro emissioni di gas serra. Todd Stern, rappresentante statunitense in materia di cambiamenti climatici ha affermato: “Il divario tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo che è al centro delle discussioni ormai ventennali riguardanti il cambiamento climatico, è ancora forte”. Bruno Sekoli, Capo dell’Ufficio di Controllo del Clima del Lesotho nonché rappresentante di uno dei paesi meno sviluppati al mondo ha affermato: “L’Africa non ha altra scelta riguardo ai cambiamenti climatici. I negoziati sono in corso ormai da anni e non hanno portato ad alcun reale risultato. Non è una questione di denaro, il cambiamento climatico è una questione di vita o di morte. Le nazioni sviluppate devono accordarsi poichè un mancato accordo sarebbe deleterio per l’Africa e per gli altri Paesi più deboli”.
La conferenza di Barcellona si è dimostrata essere un pessimo preambolo a quella di Copenhagen. Come abbiamo già detto in un nostro recente articolo, European Alternatives è convinta che l’Europa possa giocare un ruolo fondamentale nella conferenza di Copenhagen, ma è indispensabile che riconosca le proprie passate responsabilità per quanto concerne il danneggiamento dell’ambiente e dei Paesi del terzo mondo. Prima di poter fare richieste ad altre nazioni, l’Unione Europea deve impegnarsi nella realizzazione della riduzione delle emissioni di gas serra all’interno del proprio territorio, applicando una politica coerente in merito alle compensazione che ha intensione di fornire ai Paesi in via di sviluppo. Copenhagen potrebbe rappresentare l’alba di una cooperazione globale futura, sempre che la tipica miopia della politica odierna non trasformi la conferenza nella prova vivente dell’incapacità dei Leader di affrontare la sfida mondiale alla quale sono chiamati.
Fonte: euroalter.com












