COPENAGHEN – “Sarebbe bello, ci metterei dieci firme, non una. Peccato sia irrealistico: i 2 gradi sono un traguardo che non è più alla nostra portata. Dirlo è un atto di onestà. Così come è un atto di onestà aggiungere che se non ci muoviamo subito, se non chiudiamo nel giro di pochissimi anni il rubinetto dei gas serra, non riusciremo neppure a fermarci a 3 gradi”. Rank Raes, capo dell’Unità cambiamenti climatici del Centro di ricerca della Commissione europea, esprime ad alta voce quello che i migliori climatologi del mondo – da Stephen Schneider della Stanford University a Jason Lowe del Met Office – stanno raccontando a Copenaghen nelle riunioni parallele al negoziato dei governi.
Nella bozza di accordo finale resa pubblica ieri, l’obbiettivo di fermare il riscaldamento globale a 2 gradi in più viene sventolato come una bandiera. È il vessillo che dovrebbe indurre i Paesi a tagli nelle emissioni di gas serra che vanno dal 50 al 90 per cento entro il 2050. Ma per gli scienziati non c’è rapporto tra i tempi della politica e i tempi della biosfera: con gli obiettivi oggi sul tappeto i 2 gradi restano un miraggio.
Ecco il ragionamento dei climatologi.
Primo punto. Calcolando solo l’effetto dei gas serra già in atmosfera, si deve mettere in conto un aumento di temperatura di circa mezzo grado nei prossimi decenni.
Secondo punto. Attivare l’economia virtuosa significa ripulire il cielo dallo smog. Il che farà benissimo ai nostri polmoni, ma eliminerà l’”effetto schermo” delle radiazioni solari che oggi maschera il reale aumento di temperatura: è circa un altro grado che va aggiunto.
Terzo punto. Calcolando che c’è già stato un aumento di più 0.8 gradi rispetto all’era preindustriale (i 2 gradi hanno come punto di riferimento quel periodo) e che un aumento attorno a 1,5 gradi per le ragioni precedenti è inevitabile, la barriera dei 2 gradi risulta già sfondata.
Ma è ragionevole l’ipotesi di attestarsi appena sopra i 2 gradi? “È tecnicamente fattibile ma richiederebbe una volontà politica di cui oggi non si scorge traccia: dovremmo tagliare in maniera draconiana tutte le emissioni di gas serra e azzerare la deforestazione”, continua Raes. “Uno scenario già considerato buono invece è un taglio robusto delle emissioni dei Paesi industrializzati e una crescita ridotta delle emissioni dei Paesi in via di sviluppo. Ma anche così i gas serra continueranno a crescere ed è molto difficile che si fermeranno prima che si raggiunga un aumento medio di 3 gradi. Poi, dopo qualche decennio, quando il motore della nuova economia avrà ingranato, le emissioni scenderanno”.
Peccato che la natura non risponda con la stessa velocità della Borsa. “Andiamo incontro a perdite di ghiaccio molto importanti, in particolare in aree come la Groenlandia”, ha ricordato Jasan Lowe, del Met Office. “È un cambiamento profondo che rafforzerà il processo di riscaldamento e innalzerà il livello del mare. Non possiamo pensare che, dopo aver superato il picco delle emissioni, quando finalmente riusciremo a riportare la concentrazione di CO2 in atmosfera a valori accettabili, tutto tornerà come prima: ci vorranno secoli e secoli”.
Ma che significa in pratica un aumento medio di 3 gradi? In alcune aree e in alcuni periodi la temperatura salirà in maniera molto più consistente. Nelle aree artiche si prevede una crescita almeno doppia e soffriranno vaste zone come l’Africa e il Mediterraneo. Vuol dire che episodi come le ondate di caldo dell’estate 2003 (70 mila morti aggiuntivi stimati dall’Oms in Europa) diventeranno frequenti.
“Eppure ridurre in tempi brevissimi le emissioni è possibile”, osserva Stefano Caserini, il docente al Politecnico di Milano che ha appena pubblicato Guida alle leggende sul clima che cambia. “Ma se reagiremo con troppa lentezza non potremo più limitarci a non inquinare. Dovremo immaginare anche il ricorso a misure che oggi appaiono fantascientifiche. Potremmo far crescere le piante, bruciarle per produrre energia e poi seppellire la CO2. Cioè riportare il carbonio in profondità, dove è restato per milioni di anni sotto forma di petrolio”.
Fonte: gefisecologia.blogspot.com
Posted 7 months, 2 weeks ago at 20:08. Add a comment
UFO, fenomeno atmosferico o apparizione messianica? Niente di tutto questo: la spiegazione ufficiale per lo spettacolare fenomeno celeste che ha incantato la Norvegia sta nel fallimento dell’ultimo test del missile russo Bulava. Quindi per ora niente anteprima dello sbarco alieno del 2012.
Ma la suggestione del fenomeno è ancora percepibile nelle immagini e nei video che in poche ore sono apparsi sul web. Innegabile il fascino della formazione di una sorta di vortice celeste, molto simile a come li
immaginano i film di fantascienza. Il fenomeno è iniziato con l’apparazione di un globo luminoso che irradiava anelli di luce. In poco tempo, gli anelli hanno preso la forma di spirale, colorandosi di bianco verso l’esterno e di blu verso il nucleo di origine. Fino a diventare in breve tempo la cosa più grande in cielo in quel momento, più della luna.
La spirale ha percorso un tratto di cielo, lasciando dietro di sé una scia bluastra. Tutti effetti dovuti alla traiettoria deviata del missile, del carburante liberato e della reazione con l’atmosfera ad alta quota. Il fenomeno è durato meno di un minuto, fino al collasso della spirale luminosa.
Difficilmente spiegabile come fenomeno naturale, i giornali e le tv norvegesi avevano parlato di un missile russo, ma non c’erano state conferme ufficiali.
Conferme che invece sono arrivate oggi tramite il quotidiano russo Vedomosti che, citando una fonte militare, ha spiegato come il missile balistico navale russo RSM-56 Bulava (nome in codice NATO SS-N-30 Mace), avrebbe fallito il 13esimo test proprio mercoledì mattina. Gli esperti norvegesi hanno riportato di aver avvistato il fenomeno nell’atmosfera sopra il Mar Bianco, lo stesso posto dove poco prima erano stati lanciati i missili.
Il missile Bulava è la più moderna arma di questo tipo oggi in circolazione, in grado di imbarcare una testata nucleare da 550 kt, è la punta di diamante dell’equipaggiamento degli SSBN russi ma le sue dimensioni lo rendono inadatto per un normale sottomarino. Gli unici mezzi in grado di utilizzare il Bulava sono i classe Borei (che potranno imbarcare fino a 16 missili), oltre, ovviamente, ai classe Typhoon (sempre che la Marina Russa ritenga opportuno sottoporre gli esemplari superstiti a un programma di aggiornamento). In futuro, sono previste versioni del missile Bulava equipaggiate con 10 (per alcuni massimo sei) testate nucleari.
“Il terzo stadio di prova del missile non è stato superato”, scrive il giornale che considera il fallimento come un pesante imbarazzo per il Cremlino. Il portavoce del ministro della Difesa non ha voluto commentare e un no comment è arrivato anche dalla Marina russa. Il quotidiano russo ha anche sottolineato come gli esperti inizino a considerare il missile Bulava condannato e siano convinti sarebbe meglio iniziare a lavorare su un nuovo progetto.
Fonte: Repubblica.it
Posted 7 months, 2 weeks ago at 19:40. Add a comment
italianresearch.it - Scienziati norvegesi e inglesi indagano su un evento singolare
Poco prima delle 9 di questa mattina, mercoledi 9 dicembre 2009, un fenomeno spiraliforme è stato avvistato e ripreso su una cittadina norvegese provocando la perplessità tra le migliaia di persone che l’hanno osservato (per circa 2 minuti) bombardando di telefonate l’Istituto Meteorologico per chiedere delucidazioni in merito.
Qualcuno ipotizza si tratti di una meteora, oppure di un missile sperimentale.
La spirale gigante che ha dominato il cielo sopra la Norvegia ha sbalordito gli esperti che credono si tratti di un fenomeno del tutto nuovo.
Le Teorie vanno dal missile russo alla meteora, comunque fenomeni mai visti in precedenza. Si è trattato di una luce roteante su se stessa a di forma spirale che presentava un ‘buco nero’ centrale.
Molti hanno pensato ad un’attività aliena.
Dall’aeroporto di Tromse gli addetti al controllo traffico aereo, fanno sapere che l’oggetto avvistato non poteva trattarsi di aurora boreale o comunque di un fenomeno naturale, mentre esperti confermano che non poteva trattarsi di fenomeno astronomico o meteorologico.
Fonte: urloweb.com
Posted 7 months, 3 weeks ago at 00:49. Add a comment
Interessante servizio sul 21 dicembre 2012 andato in onda su National Geographic





Posted 8 months ago at 18:25. Add a comment
Il Punto Caldo di Yellowstone e la sua attività vulcanica.
I fenomeni geotermici di Yellowstone, quali i “geysers” e le sorgenti termali, sono causati da un flusso termico insolitamente alto. Questo è probabilmente generato da un punto caldo stazionario sopra il quale la placca nordamericana slitta da nordest verso sudovest:

Migrazione apparente del punto caldo di Yellowstone: posizioni precedenti della caldera sono indicate dalle macchie colorate. Da sinistra verso destra: 16.5-15 milioni di anni fa (celeste), 15-13, 12-10.5, 10.5-8.6, 10-7, 6.5-4.3 (azzurro), 2.1 (bruno, parzialmente nascosto), 1.3 (rosso) e 0.63 milioni di anni fa (arancione). Si suppone che il punto caldo sia fermo sotto la placca nordamericana che si muove verso sudovest (in basso a sinistra). I puntini arancione indicano i terremoti registrati dal 1961 al 2001.
Si noti come il punto caldo lasci una scia di terreno relativamente piatto, la piana dello Snake River in mezzo a regioni altrimenti assai corrugate. Inoltre, tutte le posizioni del punto caldo più vecchie di 2 milioni d’anni sono sismicamente tranquille. Al contrario, una zona a forma parabolica ad alta sismicità circonda la traccia del punto caldo.
Le eruzioni vulcaniche che hanno formato la caldera furono di dimensioni veramente gigantesche: l’ultima di queste, 630’000 anni fa, eruttò 1000 chilometri cubici di cenere che si disperse sopra quasi tutti Stati Uniti occidentali:

Estensione approssimata del deposito di cenere dalla gigantesca eruzione di Yellowstone circa 630’000 anni fa.
L’eruzione che ha formato la caldera 1.3 milioni di anni fa eruttò 280 chilometri cubici di piroclasti; quella di 2.1 milioni di anni fa un’impressionante volume di 2450 chilometri cubici di cenere. Queste e quella della caldera di Toba a Sumatra sono le più grandi eruzioni vulcaniche quaternarie conosciute al mondo. L’eruzione del 1980 del Mount St. Helens, in confronto, appare davvero piccola: appena 1.3 chilometri cubici di lava. Le eruzioni vulcaniche più recenti a Yellowstone avvennero 70’000 anni fa.
Prossima eruzione del supervulcano di Yellowstone?
Non va bene creare allarmismo, però l’informazione è utile, per preparare l’umanità a qualcosa che ha dell’incredibile. Sotto il Parco di Yellowstone si nasconde un vulcano. Quel vulcano occupa un terzo dell’area del parco: precisamente un’area di 30*70 km pressappoco come quella occupata dalla Val d’Aosta.
Il materiale proiettato nell’atmosfera dal Saint Helens nel 1980 sarebbe circa un millesimo di quello di una futura esplosione di Yellowstone.
I grandi cambiamenti che gli uomini e il loro comportamento possono provocare al clima sono niente, o comunque piccola cosa, rispetto alle rivoluzioni che la natura ha in serbo. È quello che s’evince dallo sconvolgente rapporto degli scienziati inglesi – riportato dalla BBC – sulla probabile eruzione di uno dei supervulcani monitorati sulla terra, quello nel parco di Yellowstone in America: la storia geologica certifica che il mega vulcano erutta circa ogni 600.000 anni.
L’ultima eruzione risale a 640 mila anni fa. Vuol dire che questa volta l’abbiamo passata liscia? No, vuol dire solo che è in ritardo: la prossima esplosione, secondo quegli scienziati inglesi, è prevista entro il 2074.
Le conseguenze, inutile dirlo, sarebbero di enorme portata, soprattutto sul clima.
Quando un supervulcano erutta – dice il professor Bill McGuire del centro ricerche sui rischi naturali dell’università di Londra – produce energia pari all’impatto con una cometa o un asteroide.
Forse è possibile tentare di evitare un asteroide, ma niente può essere fatto con un supervulcano. Ma cos’è un supervulcano? Intanto non è a forma di montagna, come siamo abituati a immaginare, ma è una depressione, un’enorme cratere collassato sotto terra e per questo anche molto difficile da individuare. Il supervulcano di Yellowstone è lungo 70 chilometri, largo 30 e si trova 8 chilometri sotto la crosta terrestre: una grande bolla di magma e roccia fusa pronta a saltare in aria. Ma altri sono stati individuati sul pianeta: uno, per esempio, si trova in California, si chiama Pacific Rim, un altro – dicono gli inglesi – è vicino a Napoli, ed è chiamato Phlegraean Fields Campi Flegrei).
Se Yellowstone esplodesse, come prevede il Centro Ricerche di Londra, per il mondo intero vorrebbe dire una sola cosa, entrare in una sorta di inverno nucleare. Eruttando, spiega ancora il professor McGuire, il supervulcano getterebbe nell’atmosfera chilometri cubi di roccia, cenere, polveri, materiale sulfureo. Una massa di sostanze che farebbe rimbalzare le radiazioni solari in arrivo sul pianeta facendo così sensibilmente abbassare la temperatura della superficie terrestre.
Le ricerche geologiche dicono che l’eruzione di 74mila anni fa del Toba, in Sumatra, provocò un raffreddamento del clima di quasi cinque gradi Celsius. È tanto, è comunque abbastanza per modificare e/o estinguere intere specie animali. Negli ultimi anni le scosse sismiche stanno via via intensificandosi, e la bolla sovrastante la caldera si sta gonfiando, al punto che il lago di Yellowstone ha inondato luoghi prima all’asciutto. Speriamo nel meglio, ma prepariamoci al peggio. La catastrofe potrebbe essere imminente.
Alcuni scienziati sostengono che, circa 75.000 anni fa, l’ultima eruzione vulcanica davvero colossale sulla Terra giunse quasi a spazzare via dal pianeta tutti gli esseri viventi, compresi gli umani. L’eruzione si verificò quando esplose il vulcano Toba in Indonesia.
Alcuni esperti temono che in un futuro non troppo distante il supervulcano, situato sotto il Parco Nazionale di Yellowstone, potrebbe eruttare e riportare l’umanità sull’orlo della estinzione.
Per contro, gli scienziati dell’Università del North Carolina di Chapel Hill consigliano di non preoccuparsi troppo, almeno per ora.
Secondo Allen F. Glazner, docente di scienze geologiche, che ha condotto lo studio con i colleghi Drew S. Coleman e John M. Bartley, l’immagine tradizionale dei vulcani come colossi sotto i quali ribollono giganteschi pozzi di magma in grado di porre fine alla civiltà è errata. In due studi pubblicati sul numero di aprile della rivista “GSA Today” e sul numero di maggio della rivista “Geology”, lo scienziato presenta nuovi dati sulla possibilità che un vulcano produca un’eruzione gigantesca, migliaia di volte superiore a quella del Monte Saint Helens nel 1980.
“Anche se nei reperti geologici ci sono prove che simili eruzioni sono già avvenute in passato, – spiega Glazner – il nostro studio del magma congelato sotto ai vulcani da tempo estinti nella Sierra Nevada, in California, ci fa concludere che le eruzioni più grandi sono significativamente meno probabili di quanto si ritiene comunemente”.
Fonte: vialattea.net
Posted 8 months ago at 18:11. Add a comment
Le deduzioni di alcuni ricercatori della Nasa sono state confermate dalle rilevazioni di una coppia di satelliti gemelli: sulla nostra stella si producono onde gigantesche di energia.
A volte per “credere” è necessario “vedere”. Ed è quello che aspettavano gli scienziati della Nasa per dare conferma a una serie di deduzioni su fenomeni che sembravano avvenire sulla superficie del nostro Sole. Qualche anno fa infatti, alcuni ricercatori avevano rilevato elementi provenienti dalla stella che facevano sospettare la presenza di gigantesche esplosioni seguite da onde gigantesche, così spaventosamente grandi che a dubitare per primi erano gli stessi fisici autori della scoperta. Gli scettici poi sostenevano che i dati erano dovuti a qualcosa di ancora non ben compreso, ma certamente non dovevano essere legati ad esplosioni solari. “Ora abbiamo la certezza. Sul Sole avvengono davvero dei giganteschi tsunami”, ha spiegato Joe Gurmel del Solar Physic Lab al Goddard Space Flight Center della Nasa.
La conferma visiva del fenomeno arriva dalla coppia di satelliti gemelli chiamati STEREO, che hanno colto il fenomeno lo scorso febbraio (la notizia è stata data solo ora), quando una macchia solare, la numero 11012, esplose inaspettatamente. L’esplosione eiettò nello spazio una nube di gas di miliardi di tonnellate di peso e creò un vero e proprio tsunami di energia lungo la superficie della stella. STEREO registrarono il fenomeno in due punti diversi dello spazio, posti a 90° l’uno dall’altro, dando ai ricercatori un punto di vista del fenomeno senza precedenti.
“Tale osservazione ci ha permesso di affermare definitivamente che si è formata una vera e propria onda di “plasma” (materiale ad altissima temperatura)”, ha spiegato Spiros Patsourakos della George Mason University, autore di un rapporto apparso sulla rivista scientifica Astrophisical Journal Letters.
Gli STEREO hanno osservato un’onda di materiale sollevarsi per 100.000 chilometri dalla superficie del Sole e avanzare nello spazio alla velocità di 900.000 chilometri all’ora. L’esplosione ha generato un’energia paragonabile a quella prodotta da 2.400 milioni di tonnellate di tritolo.
I primi tsunami solari vennero rilevati nel 1997 dal satellite NASA/Esa chiamato SOHO, il quale però non fu in grado di rilevare l’intensità e le proporzioni delle esplosioni in quanto osserva la nostra stella da un’unica posizione.
Il mistero degli tsunami solari è così rimasto insoluto fino a quando i due satelliti della serie STEREO si sono trovati esattamente a 90° l’uno dall’altro rispetto all’esplosione solare, una posizione che ha permesso di cogliere tutti i particolari del fenomeno avvenuto lo scorso febbraio.
“La realtà degli “tsunami solari” è stata confermata anche dai video delle onde che si sono scontrate con aree della superficie del Sole dalle particolari caratteristiche magnetiche. In un video si vede una di queste oscillare dopo che è stata colpita dall’onda dell’esplosione”, ha spiegato Angelos Vourlidas del Naval Research Lab in Washington (Usa).
Ricadute sulla Terra? “Per fortuna nessuna – ha assicurato Gurman – Tuttavia sono importanti per studiare il nostro Sole, soprattutto per raccogliere informazioni sull’atmosfera più bassa della stella che non è assolutamente osservabile da Terra”.
Fonte: repubblica.it
Posted 8 months ago at 13:04. Add a comment
La rivista scientifica “New Scientist”, altamente accreditata in ambito scientifico, ha pubblicato recentemente un articolo riguardante possibili tempeste solari a partire dal 2012. A primo impatto, sembra un articolo molto catastrofista. Si sa, i giornalisti a volte esagerano. Ma non i giornalisti di “New Scientist”. Sarà meglio prepararsi ad ogni evenienza? Il film recentemente uscito, SEGNALI DAL FUTURO, da una versione della fine del mondo dovuta ad una forte emissione magnetica del Sole. Non è un caso che il regista abbia scelto questo tema.
Traduzione a cura di Gaetano Masciullo:
Allarme tempesta solare: 90 secondi dalla catastrofe -
23 Marzo 2009 -New Scientist
È la mezzanotte del 22 settembre 2012 e il cielo sopra Manhattan è riempito con una cortina tremolante di luce colorata. Pochi abitanti di New York hanno visto l’aurora, ma il loro fascino è di breve durata. In pochi secondi, lampadine elettriche fioche, diventano insolitamente brillanti per un fuggevole istante. Quindi tutte le luci si spengono. Entro 90 secondi, tutta la metà orientale degli Stati Uniti è senza energia. Un anno dopo, milioni di americani sono morti e le infrastrutture del paese si trovano a brandelli. La Banca Mondiale dichiara l’America una nazione in via di sviluppo. Europa, Scandinavia, Cina e Giappone fanno anche fatica a riprendersi dallo stesso evento fatale – una violenta tempesta, a 150 milioni di chilometri di distanza dalla superficie del Sole. Ciò sembra ridicolo. Sicuramente il Sole non potrebbe creare una catastrofe sulla Terra in modo più disastroso. Già un rapporto straordinario pubblicato dalla NASA e rilasciato dalla US National Academy of Sciences (NAS) nel Gennaio di quest’anno (2009) sostiene che potrebbe accadere proprio questo. Nel corso degli ultimi decenni, le civiltà occidentali hanno alacremente seminato i semi della propria distruzione. Il nostro modo di vita moderno, con la sua fiducia sulla tecnologia, ci ha involontariamente esposto ad un pericolo straordinario: palle di plasma vomitate dalla superficie del sole potrebbero spazzare via le nostre reti elettriche, con conseguenze catastrofiche. “Ci stiamo avvicinando sempre più al bordo di un possibile disastro”, dice Daniel Baker, esperto di meteorologia spaziale con sede presso l’Università del Colorado a Boulder, e presidente della commissione NAS, responsabile della relazione. E’ difficile concepire il Sole, cancellando così una grande quantità dei nostri sudati progressi.
Tuttavia, è possibile. La superficie del Sole è una massa rovente di plasma – ruotano particelle ad alta energia – alcune delle quali sfuggono alla superficie e viaggiano attraverso lo spazio come vento solare. Di volta in volta che il vento porta un miliardo di tonnellate di plasma, viene emessa una palla di fuoco conosciuta come espulsione di massa coronale (CME). Se una dovesse colpire lo scudo magnetico della Terra, il risultato potrebbe essere davvero devastante. L’incursione del plasma nella nostra atmosfera provoca rapidi cambiamenti nella configurazione del campo magnetico terrestre che, a sua volta, indurrebbe correnti nei fili lungo la rete elettrica. Le griglie non sono state costruite per gestire questo tipo di corrente elettrica diretta. Il pericolo maggiore è a step-up e step-down, trasformatori utilizzati per convertire l’alimentazione dalla tensione di trasporto di tensione sul mercato interno utile. La corrente continua aumentando, si creano forti campi magnetici che saturano il nucleo magnetico di un trasformatore. Il risultato: la corrente galoppa nel trasformatore elettrico di rame, che si riscalda rapidamente e si scioglie. Questo è esattamente ciò che è accaduto nella provincia canadese del Quebec a marzo 1989, e sei milioni di persone hanno trascorso 9 ore senza energia elettrica. Ma le cose potrebbero andare molto, molto peggio di quella volta. L’evento atmosferico più grave dello spazio nella storia successe nel 1859. E’ noto come l’evento Carrington, dopo che gli astrofili britannici di Richard Carrington, che fu il primo a notare la causa di ciò: “Due macchie di luce intensamente luminosa e bianca” che emana da un folto gruppo di macchie solari. L’evento Carrington durò otto giorni di tempo con gravi problemi nello spazio. Ci sono stati testimoni oculari di aurore straordinarie, anche a latitudini equatoriali. Le reti mondiali del telegrafo sperimentatarono gravi interruzioni, e i magnetometri vittoriana andarono fuori uso. Anche se una esplosione solare, concettualmente, potrebbe essere più potente, “non abbiamo trovato un esempio di qualcosa di peggio di un evento Carrington”, dice James Green, capo della divisione planetaria della NASA e conoscitore degli eventi del 1859. “Da un punto di vista scientifico, che sarebbe quello che ci vorrebbe per sopravvivere”, tuttavia, la prognosi dall’analisi NAS è che, grazie alla nostra abilità tecnologica, molti di noi non possono resistere. Ci sono due problemi da affrontare. Il primo è la rete moderna di energia elettrica, che è stato progettato per funzionare a tensioni sempre più alte su aree sempre più grandi. Questo fornisce un modo più efficiente di gestione delle reti di energia elettrica, riducendo al minimo le perdite di potenza e gli sprechi attraverso la sovrapproduzione, che li ha resi molto più vulnerabili agli agenti atmosferici dallo spazio. Reti ad alta potenza possono agire come antenne particolarmente efficienti, convogliando una enorme energia di corrente diretta nei trasformatori di potenza. Il secondo problema è l’interdipendenza della griglia con i sistemi che supportano la nostra vita: il trattamento delle acque, la consegna al supermercato, le infrastrutture, i controlli delle centrali, i mercati finanziari e molti altri sistemi che contano sull’energia elettrica. Se si mettono le due cose insieme, è chiaro che una ripetizione dell’evento Carrington potrebbe produrre una catastrofe che il mondo non ha mai visto. “E’ proprio il concetto opposto di come siamo abituati a pensare delle catastrofi naturali,” dice John Kappenman, un analista del settore energia con la Corporation Metatech di Goleta, California, e consulente della commissione NAS che ha prodotto il report. “Di solito le regioni meno sviluppate del mondo sono più vulnerabili, non le regioni altamente sofisticate in tecnologia.” Secondo la relazione NAS, un evento grave di meteorologia spaziale sugli Stati Uniti potrebbero togliere l’energia ad oltre 300 trasformatori chiave all’interno degli stati in circa 90 secondi, incapacitando così più di 130 milioni di persone. Da quel momento, il tempo stringerà per l’America. La prima cosa ad andare perduta – immediatamente per alcune persone – è l’acqua potabile. Chiunque vive in un appartamento di alta crescita, dove l’acqua deve essere pompata per giungere, sarebbe tagliata subito fuori. Per il resto, l’acqua potabile passerà ancora per i rubinetti per una mezza giornata. Senza energia elettrica per pompare l’acqua proveniente dai serbatoi, non ci sarà poi più nulla.
Non vi saranno più sistemi di trasporto azionati elettricamente: niente treni, metropolitane o tram. Gli scaffali dei supermercati diverrebbero vuoti molto rapidamente – i camion di consegna non potranno che continuare a correre fino a quando i loro carri armati saranno a corto di carburante, e non ci sarà più elettricità per pompare qualsiasi cosa dai serbatoi sotterranei delle stazioni di riempimento. Non ci sarà energia per gli ospedali, che significherebbe circa 72 ore di esecuzione ridotte all’osso, solo cure e servizi essenziali. La scoperta sconvolgente è che tutta questa situazione non migliorerebbe dopo mesi, forse dopo anni: un trasformatore fuso non può essere riparato, ma solo sostituito. “Dalle indagini che ho fatto, potreste avere un paio di trasformatori di ricambio in giro, ma l’installazione di una nuova richiede un equipaggio ben addestrato per una settimana o più,” dice Kappenman. “Un programma di grande utilità elettrica potrebbe avere una adeguata formazione dell’equipaggio, forse due.” Nel giro di un mese, poi, il pugno di trasformatori di ricambio sarebbe esaurito. Il resto dovrà essere ricostruito per ordine, cosa che può richiedere fino a 12 mesi. Anche se alcuni sistemi saranno in grado di ricevere l’energia di nuovo, non c’è alcuna garanzia che verranno tutti consegnati. Quasi tutto il gas naturale e condotte di carburante richiedono energia elettrica per funzionare. Carbone, centrali elettriche in genere manterranno una riserva per gli ultimi 30 giorni, ma senza i sistemi di trasporto in esecuzione, non ci sarà più energia elettrica nel secondo mese. Le centrali di carbone e quelle nucleari non potranno fare di meglio. Sono programmati per chiudere in caso di gravi problemi di rete e non sono autorizzati a riavviare fino a quando la rete elettrica è attiva e funzionante. Senza alcuna energia per il riscaldamento, il raffreddamento o sistemi di refrigerazione, la gente potrebbe cominciare a morire entro pochi giorni. Vi è un pericolo immediato per coloro che si affidano a farmaci. Se si perde l’energia a New Jersey, per esempio, avete perso un importante centro di produzione di prodotti farmaceutici per tutti gli Stati Uniti. Farmaci deperibili come l’insulina saranno presto scarseggianti. “Nei soli Stati Uniti ci sono un milione di persone con il diabete,” Kappenman dice. “Arrestare la produzione, distribuzione e stoccaggio vuol dire mettere tutte quelle vite a rischio, in modo molto breve”. La costa orientale sarà tutta al buio; a Chicago, alcune aree interessate saranno distanti centinaia, forse migliaia di chilometri da chiunque potrebbe dare soccorso. E coloro che sono disposti ad aiutare rischiano di essere mal equipaggiati per affrontare la vastità del disastro. “Se un evento Carrington accadesse adesso, sarebbe come un uragano Katrina, ma 10 volte peggio”, dice Paul Kintner, un fisico di plasma alla Cornell University di Ithaca, New York. In realtà, sarebbe anche molto peggiore. L’impatto sociale ed economico dell’uragano Katrina è stato misurato da 81 miliardi di dollari a 125 miliardi di dollari. Secondo la relazione NAS, l’impatto di ciò che definisce uno “scenario da grave tempesta geomagnetica” potrebbe essere più alto di 2 trilioni di dollari. E questo sarebbe il risultato solo dopo il primo anno dopo la tempesta. Il NAS mette il tempo di recupero da quattro a 10 anni. È lecito chiedersi se gli Stati Uniti si riprenderanno mai in 10 anni: “Non credo che la relazione NAS è allarmismo”, dice Mike Hapgood, che presiede il team dell’Agenzia spaziale europea di metereologia. “Gli scienziati sono prudenti per natura e questo gruppo è davvero premuroso”, dice. “Si tratta di un rapporto corretto ed equilibrato”. Tali scenari da incubo non sono limitati al Nord America. Nazioni ad alta latitudine, come la Svezia e la Norvegia sono stati a conoscenza per un po ‘che, pur vedendo l’aurora boreale a livello normale, sono sempre presenti i ricordi di una minaccia alle loro reti elettriche. Tuttavia, la tendenza verso l’installazione di reti ad alta tensione significa estremamente che i paesi in latitudine più bassa sono a rischio. Ad esempio, la Cina è sulla strada per l’attuazione di un totale di 1000 kilovolt sulla rete elettrica, due volte la tensione della griglia degli Stati Uniti. Questo sarebbe un eccellente conduttore di metereologia spaziale, indotto al disastro perché l’efficienza della rete di agire come un antenna sorge come la tensione tra la griglia e gli aumenti a terra. “La Cina sta per scoprire di avere un problema”, dice Kappenman. Nemmeno l’Europa è sufficientemente preparata. La responsabilità di affrontare questioni metereologiche dallo spazio è “molto frammentato” in Europa, dice Hapgood.
Reti di energia elettrica in Europa, d’altra parte, sono altamente interconnessi ed estremamente vulnerabili ai guasti a cascata. Nel 2006, lo switch-off di routine di una piccola parte della rete della Germania ha provocato una caduta di tensione a cascata in tutta l’Europa occidentale. Solo in Francia, cinque milioni di persone sono rimaste senza elettricità per due ore. “Questi sistemi sono così complicati che non comprendere appieno gli effetti può causare gravi problemi”, dice Hapgood. La buona notizia è che, dato per abbastanza tempo l’avviso, la società di servizi in grado di prendere precauzioni, come la regolazione di tensione e di carica, possano limitare i trasferimenti di energia in modo che improvvisi picchi di corrente non causano errori a cascata. Ci sono ancora altre cattive notizie, però. Il nostro sistema di allerta precoce sta diventando sempre più affidabile di giorno in giorno. Di gran lunga, il più importante indicatore della metereologia spaziale della NASA è in arrivo: Advanced Composition Explorer (ACE). La sonda, lanciata nel 1997, ha un’orbita solare che mantiene costantemente tra il Sole e la Terra. Il suo punto di vista ininterrotto del Sole ci dà i rapporti continui sulla direzione e sulla velocità del vento solare e di altri flussi di particelle cariche. ACE è in grado di fornire l’allarme dai 15 ai 45 minuti di tempeste geomagnetiche in arrivo. Le società hanno bisogno di energia per almeno 15 minuti, affinchè possano preparare i propri sistemi per un evento critico, in modo che risulterebbe un pericolo superabile in modo semplice. Le osservazioni del sole e letture del magnetometro durante l’evento Carrington dimostrano che l’espulsione di massa coronale stava viaggiando così in fretta che ha preso meno di 15 minuti per arrivare da dove ACE è posizionato. “E’ arrivato più velocemente di quanto noi possiamo fare qualcosa”, dice Hapgood. C’è un altro problema. ACE ha 11 anni, e sta operando da ben oltre la sua durata di vita prevista. I rivelatori a bordo non sono sensibili come quelli di una volta, e non si sa quando potranno finalmente cedere. Inoltre, i suoi sensori diventano saturi, in caso di veramente potenti emissioni solari. “E’ stato costruito a guardare condizioni di media piuttosto estremi,” ha detto Baker. Faceva parte di una commissione di metereologia spaziale che tre anni fa aveva messo in guardia dicendo che basarsi su ACE potrebbe essere pericoloso. “E’ stato nella mia mente per molto tempo”, dice. “Non avere un ricambio, o un modo per sostituirlo se e quando dovesse fallire, è piuttosto preoccupante.” Non vi è alcuna sostituzione per ACE dovuta, in questo momento. Altri satelliti per l’osservazione solare, come il Solar and Heliospheric Observatory (SOHO), sono in grado di fornire preavvisi, ma con meno informazioni dettagliate e – soprattutto – molto più tardi. “E’ molto difficile valutare quale sarà l’impatto di perdere ACE”, dice Hapgood. “Abbiamo in gran parte perso la capacità di allarme tempestivo”. Il mondo, molto probabilmente, potrà sbadigliare alla prospettiva di una devastante tempesta solare fino a quando questo non succederà. Kintner dice che i suoi studenti mostrano una indifferenza “profonda”, durante le lezioni sugli effetti della metereologia spaziale. Ma se i politici mostreranno una simile indifferenza di fronte alla relazione NAS più recente, potrebbe costare decine di milioni di vite, secondo i calcoli di Kappenman. “Si potrebbe ragionevolmente parlare del più grave disastro naturale possibile”, dice. La relazione delinea lo scenario peggiore per gli Stati Uniti. La “tempesta perfetta” inizierà probabilmente in una notte d’autunno dopo un anno di accresciuta attività solare – un periodo verso il 2012.
Intorno all’equinozio, l’orientamento del campo della Terra al Sole ci rende particolarmente vulnerabili a uno scontro di energia. In quei periodi dell’anno, la domanda di energia elettrica è relativamente bassa, perché nessuno ha bisogno di troppo riscaldamento o di aria condizionata. Con solo una manciata di stazioni della rete di potenza degli Stati Uniti in esecuzione, il sistema si basa su algoritmi informatici esmistamento di grandi quantità di energia intorno alla griglia e questo lascia la rete altamente vulnerabile a picchi improvvisi. Se ACE andrà in tilt prima di allora, o una palla di plasma volerà verso di noi troppo veloce per dare il tempo ad ACE di lanciare un preavviso, le conseguenze potrebbero essere sconcertanti. “Una tempesta in realtà di grandi dimensioni potrebbe essere una catastrofe planetaria”, Kappenman dice. Quindi cosa si dovrebbe fare? Nessuno sa niente ancora. Baker è davvero preoccupato, però. Come osserva la relazione NAS, è terribilmente difficile convincere le persone a prepararsi per una potenziale crisi che non è mai avvenuta prima e non potrà accadere per decenni a venire. “Ci vuole un grande sforzo per educare i politici, e questo è particolarmente vero con questi eventi rari”, dice. Dovremmo imparare la lezione di Katrina, però, e rendersi conto che “probabilmente” non significa “non accadrà”. Soprattutto quando la posta in gioco è così alta. Il fatto è che potrebbe venire nei prossimi tre o quattro anni – e con effetti devastanti. “L’evento Carrington è accaduto nel corso di un mediocre ciclo solare”, dice Kintner. “E’ venuto dal nulla, quindi dobbiamo solo aspettare quando qualcosa di simile starà per succedere di nuovo”. Gli eventi metereologici dello spazio spesso coincidono con la comparsa di macchie solari, che sono indicatori particolarmente intensi di campi magnetici sulla superficie del Sole. Il movimento caotico di particelle cariche negli strati superiori del Sole crea campi magnetici che si contorciono, girano e girano ancora, e di tanto in tanto a scatto e si riconfigurano in quella che è conosciuta come una riconnessione “. Questi eventi di riconnessione sono violenti, e possono scagliare fuori miliardi di tonnellate di plasma in una espulsione di massa coronale (CME). Se viene gettata verso la Terra, la palla al plasma accelererà nel suo viaggio attraverso lo spazio e il suo intenso campo magnetico potrà presto interagire con il campo magnetico del pianeta, la magnetosfera. Secondo l’orientamento relativo dei due campi, molte cose possono accadere. Se i campi sono orientati nella stessa direzione, scivolano l’uno all’altro. Nel peggiore dei casi, però, quando il campo di un CME particolarmente energica oppone campo della Terra, le cose si fanno molto più drammatiche. “La terra non può far fronte con il plasma”, dice James Green, capo della divisione planetaria della NASA. “Il CME apre la magnetosfera come un apriscatole, e schizza dentro la materia”. Il Sole entra in attività e diminuisce ogni 11 anni o giù di lì, con la comparsa di macchie solari seguendo il ciclo stesso. Questo periodo non è coerente, però. A volte l’intervallo tra i massimi delle macchie solari è più corto di nove anni, altre volte fino a 14 anni. Al momento il Sole appare tranquillo. “Siamo vivendo l’equivalente di un’estate idilliaca. Il Sole è tranquillo e benigno, il più tranquillo degli ultimi 100 anni”, dice Mike Hapgood, che presiede il team dell’Agenzia spaziale europea metereologia spaziale “, ma potrebbe girare di colpo nell’altro senso. ” Il massimo solare successivo è previsto nel 2012″.
Fonte dell’articolo: scribd.com
Posted 8 months ago at 12:25. Add a comment
Fallire a Copenhagen significherebbe portare il caos nella nostra vita
Il prossimo dicembre si terrà a Copenhagen il Summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Siccome il Protocollo di Kyoto non sarà più effittivo dalla fine del 2012, questa conferenza sarà fondamentale per trovare un nuovo accordo sulle tematiche riguardanti il clima.
James Lovelock, scienziato e ambintalista inglese, teme che la conferenza sarà “infestata” da ideologi e politici nonché da lobby interessate al profitto a breve termine. Nonostante essi sostengano il contrario, dobbiamo renderci conto che è in gioco la sopravvivenza umana. Tom Burke, fondatore dell’Ong E3G per lo sviluppo sostenibile ha affermato che il cambiamento climatico è inevitabile e che “fallire a Copenhagen significherebbe fare del caos un ospite fisso nelle nostre vite”.
L’effetto serra è il primo vero problema mondiale mai affrontato e la sua risoluzione richiede la partecipazione di tutte le nazioni. Secondo Graciela Chichilnsky, che ha lavorato al protocollo di Kyoto in riferimento al mercato del carbone, la conferenza di Copenhagen è la nostra ultima chance di affrontare il problema, una sorta di missione “ora o mai più” per arrestare il riscaldamento globale. Il problema principale è rappresentato dal confronto tra le due nazioni più inquinanti, vale a dire gli Stati Uniti e la Cina. La Chichilnsky è convinta che queste due nazioni da sole potrebbero causare una catastrofe di dimensioni globali. Gli Stati Uniti non intendono ridurre le proprie emissioni se prima non lo farà la Cina. A tal proposito è bene sottolineare che le nazioni in via di sviluppo non dovrebbero ridurre le proprie emissioni senza riceverne, in cambio, un compenso . Infatti, le nazioni più “ricche” sono tenute a cooperare e aiutare le nazioni in via di sviluppo nella realizzazione di un piano industriale ecocompatibile. La Chichilnsky propone un’innovazione del mercato del carbone associata ad una modesta estensione della normativa preesistente, per poter inglobare e rinnovare la vecchia e dannosa industria del carbone, fornendo così nuovi fondi da destinare all’Africa, all’America Latina e ad altri piccoli Stati. Tutto ciò accrescerebbe le possibilità di un accordo positivo. Sfortunatamente l’Unione Europea non è ancora riuscita a raggiungere una posizione comune a riguardo. Secondo la Chichilnsky, gli Stati Uniti hanno un’opportunità politica storica, cioè farsi promotori di questo cambiamento cruciale, un ruolo al quale aspira la stessa Unione Europea.
Abbiamo bisogno di raggiungere la quota-zero di emissioni altrimenti ci ritroveremo di fronte ad una nuova guerra fredda, questa volta per il surriscaldamento. Il divario tra le nazioni ricche e povere del pianeta ha portato l’Africa a boicottare la discussione sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni Unite e tenutasi a Barcellona la scorsa settimana. Lo scopo dei Paesi africani è quello di fare pressione sui Paesi ricchi costringendoli a ridurre maggiormante le loro emissioni di gas serra. Todd Stern, rappresentante statunitense in materia di cambiamenti climatici ha affermato: “Il divario tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo che è al centro delle discussioni ormai ventennali riguardanti il cambiamento climatico, è ancora forte”. Bruno Sekoli, Capo dell’Ufficio di Controllo del Clima del Lesotho nonché rappresentante di uno dei paesi meno sviluppati al mondo ha affermato: “L’Africa non ha altra scelta riguardo ai cambiamenti climatici. I negoziati sono in corso ormai da anni e non hanno portato ad alcun reale risultato. Non è una questione di denaro, il cambiamento climatico è una questione di vita o di morte. Le nazioni sviluppate devono accordarsi poichè un mancato accordo sarebbe deleterio per l’Africa e per gli altri Paesi più deboli”.
La conferenza di Barcellona si è dimostrata essere un pessimo preambolo a quella di Copenhagen. Come abbiamo già detto in un nostro recente articolo, European Alternatives è convinta che l’Europa possa giocare un ruolo fondamentale nella conferenza di Copenhagen, ma è indispensabile che riconosca le proprie passate responsabilità per quanto concerne il danneggiamento dell’ambiente e dei Paesi del terzo mondo. Prima di poter fare richieste ad altre nazioni, l’Unione Europea deve impegnarsi nella realizzazione della riduzione delle emissioni di gas serra all’interno del proprio territorio, applicando una politica coerente in merito alle compensazione che ha intensione di fornire ai Paesi in via di sviluppo. Copenhagen potrebbe rappresentare l’alba di una cooperazione globale futura, sempre che la tipica miopia della politica odierna non trasformi la conferenza nella prova vivente dell’incapacità dei Leader di affrontare la sfida mondiale alla quale sono chiamati.
Fonte: euroalter.com
Posted 8 months ago at 11:55. Add a comment
Il Super Kamiokande detto anche Super K è uno dei laboratori più interessanti della terra, si trova all’osservatorio Kamioka in Giappone (ricavato dall’ex miniera Mozumi situata a Kamioka-cho, Gifu) ed è un luogo quasi mistico.
il Super K si trova mille metri sottoterra ed è stato costruito per studiare una delle particelle più sfuggenti, il neutrino (solare, atmosferico e di qualsiasi altra parte dell’universo) oltre al decadimento dei protoni. Il Super-K è un cilindro alto 41.3 metri, di diametro 39.3 m, riempito in buona parte da 50mila tonnellate di acqua purissima e circondato da 11.000 tubi fotomoltiplicatori: quando un neutrino interagisce con gli elettroni o i nuclei dell’acqua può produrre una particella, nell’acqua, si muove più veloce della luce generando un lampo di luce dovuto alla radiazione Cherenkov che a sua volta genera tracce distintive di luce che qui possono essere registrate per fornire ottime informazioni sui neutrini.
La costruzione dell’osservatorio sotterraneo di Kamioka, il predecessore dell’attuale “Kamioka Observatory, Institute for Cosmic Ray Research” dell’Università di Tokyo iniziò nel 1982 e venne completata nell’aprile del 1983.
Lo scopo dell’osservatorio era di investigare la stabilità della materia, una delle questioni fondamentali nel campo della fisica delle particelle elementari.
L’osservatorio era posto a 1.000 m sotto terra nella miniera Mozumi situata a Kamioka-cho, Gifu, Giappone. Il rilevatore (KAMIOKANDE: Kamioka Nucleon Decay Experiment) era un serbatoio contenente 3.000 tonnellate di acqua pura corredato da circa 1.000 tubi fotomoltiplicatori (PMT) attaccati alla superficie interna. Le dimensioni del serbatoio erano di 16 m in altezza e 15,6 m di diametro. I PMT raccoglievano le luci blu tenue, chiamate luci di Čerenkov, che vengono emesse dalle particelle cariche che attraversano l’acqua a velocità superiori a quelle della luce (nell’acqua).
Un aggiornamento del rilevatore venne eseguito nel 1985 per poter osservare le particelle elementari chiamate neutrini, aventi origine cosmica. Come risultato, il rilevatore divenne altamente sensibile e riuscì a rilevare i neutrini provenienti da una supernova esplosa nella Grande Nube di Magellano nel febbraio del 1987.
I neutrini solari vennero osservati nel 1988 contribuendo agli sviluppi nel campo dell’astronomia e dell’astrofisica. Per questa misurazione il gruppo di ricerca che ha lavorato all’esperimento ha ricevuto nel 1989 il Premio Bruno Rossi dalla American Astronomical Society.[1] Fino alla conferma della massa del neutrino nel 1998, tutti i dati sperimentali erano consistenti con il fatto che il neutrino non avesse massa, anche se i teorici avevano speculato sulla possibilità che i neutrini avessero massa diversa da zero per molti anni.
Il 12 novembre 2001, circa 6.600 fotomoltiplicatori del Super-Kamiokande implosero, apparentemente in una reazione a catena, dovuta alle onde di pressione di ogni tubo imploso che si propagavano ai suoi vicini.
Il rilevatore è stato parzialmente ripristinato con circa 6.000 PMT dotati di un guscio protettivo, per prevenire il rimanifestarsi del problema.
Per maggiori informazioni, ecco la pagina ufficiale
Il Super-Kamiokande, abbreviato in Super-K, è un osservatorio di neutrini situato in Giappone, nella miniera di Kamioka (l’attuale nome dalla città è Hida).
Venne costruito per studiare i neutrini solari, i neutrini atmosferici, il decadimento dei protoni, e rilevare i neutrini provenienti da qualsiasi supernova della nostra galassia. Il Super-K fornì la prima prova dell’oscillazione dei neutrini nel 1998.
Il Super-K consiste di un ammasso di 50.000 tonnellate acqua ultra-pura, circondato da 11.146 tubi fotomoltiplicatori. La struttura cilindrica misura 41,4 m di altezza e 39,3 m di diametro.
L’interazione di un neutrino con gli elettroni o i nuclei dell’acqua può produrre una particella che si muove più veloce della luce nell’acqua (ma ovviamente, più lentamente della luce nel vuoto). Questo fatto genera un lampo di luce dovuto alla radiazione Čerenkov, che è l’equivalente ottico del boom sonico. Questo lampo genera tracce distintive di luce che vengono registrate e forniscono informazioni sulla direzione e il sapore del neutrino incidente.
Posted 8 months ago at 11:21. Add a comment
Esiste infatti una teoria molto interessante che completa in modo particolarmente scientifico la teoria della deriva dei continenti; questa nuova ed affascinate idea che va sotto il nome di “teoria della dislocazione della crosta terrestre”, è stata divulgata da un professore dell’università del New England, tale Charles Hapgood, e merita di essere approfondita.
Verso la metà degli anni ’60, indagando a fondo su alcune antichissime mappe della Terra, egli si rese conto di una stupefacente cosa: queste vecchie ma alquanto precise mappe rivelavano che alcune terre come l’Antartide, l’America del Nord e la Cina erano libere dalle calotte di ghiaccio molto tempo prima che fossero esplorate dall’uomo. Questo ad esempio sarebbe dimostrato nella ormai famosa mappa di Piri Reis, un ammiraglio turco, realizzata a Costantinopoli intorno al 1513 circa. La validità di tale mappa è stata provata senza ombra di dubbio persino dall’”VIII° squadriglia di ricognizione tecnica aeronautica degli USA” (Base Aerea di Westover, nel Massachusetts), su richiesta di valutazione del professore Hapgood nel 1960.
Inoltre, come punto a suo favore ricordo che la scoperta dell’Antartide è avvenuta “solamente” nel 1818, cioè trecento anni dopo la realizzazione della mappa in questione. Stando a questi dati si evince che la documentazione originale per la mappatura dell’Antartide in condizioni di disgelo risalirebbe intorno al 4.000 a.C. Ma sappiamo che la storia ufficiale non riconosce nessuna civiltà degna di tale nome, in grado di effettuare una simile impresa; dunque il mistero sta nel fatto che “qualcuno” in un periodo “impossibile” ha rilevato una terra da noi scoperta solo nei primi dell’800. Un’altra mappa interessante è quella di Kircher (1601-1680): in essa è rappresentata l’isola di Atlantide con la forma e la superficie dell’Antartide priva dei ghiacci.
Dunque sulla base di queste mappe e di molte altre ancora, la terra veniva rappresentata come sarebbe apparsa se fosse stata priva di ghiaccio e con la disposizione dei poli terrestri assai diversa; Hapgood elaborò allora la Teoria della dislocazione della crosta terrestre (come integrazione della tettonica a placche), che postula uno spostamento graduale ma drammatico di tutta la crosta terrestre. In altre parole lo strato esterno (litosfera o crosta) scorrerebbe periodicamente sopra la “zona dejole” (astenosfera: uno strato situato appena al di sotto della crosta e appena sopra il mantello) causando gravi sconvolgimenti in superficie. Immaginiamo che i continenti si trovino a “galleggiare” su una massa di olio; ed ora proviamo ad immaginare di spingere con un dito uno di questi continenti: cosa succede? Accade che tutto il blocco terrestre inizia a scorrere assieme, spostandosi nella stessa direzione in cui spingiamo noi, ma la massa di olio rimane dove si trova: in poche parole il nucleo interno rimane fermo, ma è la parte esterna che si muove. Questo significa che se prima al Polo Sud si trovava una determinata regione, dopo tale spostamento verrà a trovarsene una di diversa. Secondo Hapgood, intorno al 9.600 a.C. si verificò uno sconvolgente spostamento della superficie terrestre; dunque l’America settentrionale ricoperta dai ghiacci venne a trovarsi in un clima più mite che la liberò per sempre da quell’inferno gelato mentre, come contraltare, la Siberia, che fino ad allora aveva goduto di un clima caldo (dimostrazione ne sono i fossili di animali che ai nostri giorni troviamo in ambienti dal clima ben più favorevole…) venne catapultata all’improvviso nel gelo più devastante e drammatico. Ed infine l’Antartide, da terra calda al centro dell’Oceano, si trasformò nell’inferno di neve e ghiaccio che tutti noi oggi conosciamo, andando a scivolare al Polo Sud.
Questa idea di Hapgood è considerata “globale” e spiegherebbe come e perché molte terre potrebbero essere rimaste sgombre dai ghiacci fino all’incirca il 4.000 a.C.
Dunque stando a questa teoria, l’Atlantide di Platone andrebbe cercata sotto i ghiacci dell’odierna Antartide; di tale avviso sono anche i coniugi Flem-Ath che partendo dall’ipotesi della teoria della dislocazione e confrontandola con le testimonianze storiche più antiche, arrivano con rigore scientifico a collocare il continente perduto sotto i ghiacci del Polo Sud.
ALBERT EINSTEIN
Voglio precisare che anche il grande A. Einstein si trovava d’accordo col professore Hapgood riguardo la sua teoria, tanto da restarne letteralmente elettrizzato:
“ Trovo veramente notevoli le Sue argomentazioni e ho l’impressione che la Sua ipotesi sia esatta. Non è possibile dubitare del fatto che spostamenti significativi della crosta terrestre abbiano avuto luogo più volte in un breve periodo di tempo.”
Così scriveva Einstein ad Hapgood in una lettera a lui indirizzata nel maggio del’53.
Abbiamo dunque visto che un ipotetico spostamento dell’Antartide verso sud dell’oceano Atlantico (teoria dello scorrimento della crosta terrestre), avrebbe provocato un graduale raffreddamento del clima causando la formazione di un’estesa cappa di ghiaccio, espandendosi per migliaia di anni fino alla consistenza raggiunta ai nostri giorni. Questa in sintesi la teoria espressa da Hapgood; teoria che naturalmente (manco a dirlo!!!) non viene riconosciuta dalla scienza ufficiale, “benché essa non sia in grado di dimostrarne la sua erroneità” (Hancock). La scusa campata dagli scienziati ortodossi sarebbe quella della mancanza di un agente scatenante che giustificherebbe tale “scorrimento”.Ma la causa di questo particolare spostamento sarebbe da ricercare i una teoria espressa da Einstein:
“In una regione polare si verifica una continua deposizione di ghiacci, i quali non risultano tuttavia distribuiti simmetricamente intorno al polo. Sulle anzidette masse di depositi asimmetrici esercita la sua azione la rotazione terrestre, e da ciò risulta un momento centrifugo che si trasmette alla crosta rigida della terra. Così determinato, il momento centrifugo – che è in costante aumento – raggiungerà un dato valore oltre il quale sarà causa duna traslazione della crosta terrestre rispetto alla restante massa della terra …”
Che dire di tutto ciò?…
CONCLUSIONE
Dunque sia la “tettonica a placche” (deriva dei continenti: lo spostamento delle zolle o placche terrestri), sia la “dislocazione della crosta terrestre” (la litosfera che scorre sulla astenosfera) presuppongono l’idea di una crosta che si può muovere. E’ evidente che le due teorie si completano a vicenda; la prima riguarda eventi che si riferiscono a cambiamenti a lungo termine, mentre la seconda si riferisce a spostamenti ben più violenti e drammatici. Con quest’ultima si possono anche spiegare diversi fenomeni come ad esempio l’estinzione in massa delle specie (e dunque anche di civiltà …) e i cicli delle glaciazioni
VI VOGLIO MOSTRARE UN PARTICOLARE AL RIGUARDO DI DUE IMMAGINI:

La mappa Buache, del 1737, copiata da antiche mappe greche. Mostra l’Antartide priva di ghiacci. Se oggi il ghiacchio non ricoprisse l’Antartide, i mari di Ross e di Weddell si unirebbero in un gigantesco stretto, che dividerebbe l’Antartide in due masse di terra, un fatto che nei tempi moderni fu stabilito solo nell’Anno Geofisico del 1968.

STANDO ALLA TEORIA DELLA TETTONICA A ZOLLE QUESTI DUE CONTINENTI SI SAREBBERO SEPARATI MILIONI DI ANNI FA ALLONTANANDOSI L’UNA DALL’ALTRA CON VELOCITA’LENTISSIMA.
MA COME BEN SAPPIAMO MILIONI DI ANNI NON SONO CENTO O MILLE..NEL CORSO DI MILIONI E MILIONI DI ANNI SUCCEDE DI TUTTO,EROSIONE MARINA,PIOGGE,EVENTI ATMOSFERICI ESTREME…ECC
QUINDI SE CIO’ FOSSE VERO,OSSIA CHE I DUE CONTINENTI AVESSERO COMINCIATO AD ALLONTANARSI MILIONI DI ANNI FA,SONO DELL’IDEA CHE LA FORMA DI ENTRAMBI SAREBBE STATA MOLTO PIU’ EROSA CHE ADESSO.
NON SAREBBE MEGLIO IPOTIZZARE CHE MIGLIAIA DI ANNI FA UN EVENTO ESTREMO FECE SI CHE ALL’IMPROVVISO QUESTE TERRE SI SEPARASSERO ALLONTANANDOSI DI MIGLIAIA DI CHILOMETRI L’UNA DALL’ALTRA?
CHE SIA A SEGUITO DI TALE CATACLISMA CHE EBBE INIZIO IL MITO DELLA LEGGENDARIO CONTINENTE AZTLAN SPROFFONDATO IN GIORNI ANTICHISOTTO IL LIVELLO DEL MARE?
DOPOTUTTO PLATONE LO COLLOCA AL DI LA’ DELLE COLONNE D’ERCOLE,OSSIA DOPO LO STRETTO DI GIBILTERRA,E SENZA FARLO APPOSTA POCO PIU’ IN LA’ SI TROVA IL FAMOSO TRIANGOLO DELLE BERMUDA E IN QUELLO STESSO TRATTO DI MARE SONO STATE SCOPERTE DELLE COSTRUZIONI MEGALITICHE SOTTOMARINE.
SEGNO DI UNA CIVILTA’ SCOMPARSA.
FORSE DOPOTUTTO I SEGNI DI UN DISLOCAMENTO DELLA CROSTA TERRESTRE SONO SEMPRE STATI SOTTO I NOSTRI OCCHI….
Fonte: http://expianetadidio.blogspot.com/2009/06/la-teoria-della-dislocazione-della.html
Posted 8 months ago at 10:52. Add a comment